Incollarsi a Maigret

Ci si ricasca sempre. Magari è quasi mezzanotte e, già assonnati, si apre l’ultimo volume delle “Inchieste di Maigret” di Georges Simenon, ripubblicate da Adelphi. Per esempio, il settantesimo della serie, appena uscito: si intitola “Maigret e l’uomo solitario” (traduzione di Simona Mambrini, 156 pagine, 10 euro). E ci si ripromette – mentendo a se stessi – di leggerne magari una decina di pagine, al massimo, prima di spegnere la luce. Naturalmente alle due e mezza l’incauto è ancora lì.
23 AGO 20
Immagine di Incollarsi a Maigret
Ci si ricasca sempre. Magari è quasi mezzanotte e, già assonnati, si apre l’ultimo volume delle “Inchieste di Maigret” di Georges Simenon, ripubblicate da Adelphi. Per esempio, il settantesimo della serie, appena uscito: si intitola “Maigret e l’uomo solitario” (traduzione di Simona Mambrini, 156 pagine, 10 euro). E ci si ripromette – mentendo a se stessi – di leggerne magari una decina di pagine, al massimo, prima di spegnere la luce. Naturalmente alle due e mezza l’incauto è ancora lì: aggrappato alla storia, irrimediabilmente sveglio e determinato a non mollare prima dell’ultima riga e prima di conoscere il nome dell’assassino del signor Vivien. Uno strano barbone dalle mani curate e dal pizzetto alla Richelieu, trovato morto, con tre colpi di pistola nel petto, in una casa in demolizione alle Halles, in un giorno di fine agosto a metà anni Sessanta…

Con Simenon (e con Maigret) non può che finire così: niente tregua prima della fine. A partire da “Pietr il Lettone” – capostipite ufficiale, nel 1931, della serie di un centinaio, tra romanzi e racconti, con il commissario protagonista – ogni nuova inchiesta dà ragione a Fellini: “A volte Simenon mi sembra faccia parte del bene pubblico, come l’elettricità, la scuola o i vigili del fuoco”, disse il regista all’editore svizzero di Simenon, Daniel Keel, che lo ha raccontato sul Monde del 17 giugno. Simenon “bene pubblico” vale per i grandi romanzi e per le cento storie di Maigret, a lungo considerate figlie minori, se non addirittura macchie imbarazzanti che oscuravano il rango letterario espresso dall’autore nei “veri” libri. E invece in ogni indagine di Maigret c’è esattamente “il dono di saper creare esseri viventi in un’atmosfera vivente”, che François Mauriac riconosceva a Simenon. E ogni minuzioso percorso che porta il commissario a entrare nella vita e nelle motivazioni dei “suoi” assassini è meritevole dell’ammirazione del regista Jean Renoir, che una lettera datata Beverly Hills, 1973 scriveva a Simenon: “Dio ti ha creato per scrivere come ha creato mio padre per dipingere”. “Quello che mi piace immensamente in voi – scrisse a Simenon il pittore e poeta Max Jacob, in una missiva dell’aprile del 1933 – è ‘l’uomo nella folla’, questa maniera unica di vedere l’essere nel formicaio umano”.

Ma forse nessuno come Alberto Savinio aveva capito, già dal 1932, l’unicità del commissario Maigret, nato alle stampe da appena un anno e già molto popolare: “La caratteristica maggiore di questi libri è che essi creano un tipo nuovo di romanzo poliziesco: il romanzo poliziesco borghese. Qui non c’è eccesso di terrore. Il delitto è un delitto di modeste dimensioni e niente affatto singolare”. Lo stile di Simenon, scrive Savinio “non è quello asmatico, stenografico e deplorevolmente asintattico che distingue questa forma di narrazione. Redattore di romanzi mensili e popolari, Georges Simenon, sotto sotto, è un Dostoevskij minore”. Savinio apprezzava l’assenza di enfasi di Maigret, la sua solidità, la consapevolezza che il confine tra l’onesto cittadino e il trasgressore, anche efferato, delle regole, può passare in ogni essere umano dotato di libero arbitrio. Al suo commissario, come spiegò nell’intervista che gli fece nel 1985 Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera, Georges Simenon aveva del resto voluto dare soprattutto una regola: “Mai togliere all’essere umano la sua dignità personale. Umiliare qualcuno è il crimine peggiore di tutti”.